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Veneto: il solito disastro annunciato


L'alluvione è stata sottovalutata a tutti i livelli, stampa e televisioni nazionali comprese. Fa notizia solo quando viene ventilato il ricorso alla rivolta fiscale



NOVEMBRE 2010 -  rassegna.it

di Carla Pellegatta*
Ha ragione Ilvo Diamanti quando, raccontando su Repubblica il dramma dell’alluvione che ha colpito pesantemente le province di Vicenza, Verona, Padova e Treviso (l’acqua alta a Venezia ha cessato di fare notizia da un pezzo) ha definito il Nordest (e il Veneto prima di tutto), una "periferia romana e padana"; sì, perché nonostante la strabordante vittoria della Lega, che da sola o in compagnia del Pdl governa ormai tutto il governabile (con qualche rara eccezione), e nonostante il Veneto possa "vantare" ben tre ministri nel governo nazionale, la vicenda dell’alluvione è stata non solo sottovalutata a tutti i livelli, stampa e televisioni nazionali comprese, ma torna a fare in qualche modo notizia solo quando viene ventilato il ricorso alla rivolta fiscale.

Al di là (si fa per dire) del dramma di chi ha perso la vita, e al di là delle ricadute economiche pesantissime per migliaia di famiglie, per le imprese, già stremate dalla "grande crisi", e per quanti in questo contesto hanno perso – oltre alla casa – anche il lavoro (e che, per inciso, non potranno neppure effettuare alcuna rivolta fiscale), ben poco si è detto e scritto di un territorio "urbanizzato senza limiti e senza regole" come ricorda Diamanti, nel quale per far posto a ville, rotonde stradali e capannoni (molti dei quali non da oggi nel più desolante abbandono) si sono interrati o cementificati argini di torrenti e canali, si è disboscato il disboscabile; e che dire delle risorse tagliate da anni a Regioni e Comuni, dei ritardi biblici per la realizzazione di opere finalizzate alla messa in sicurezza del territorio (salvo poi parlare di "disastri annunciati"), alle responsabilità (perché ci sono anche quelle) di chi doveva, e non solo nelle zone alluvionate, predisporre piani per far fronte alle emergenze che, per carità, sono sempre possibili; ma non è più accettabile che ogni evento climatico o naturale, non sempre peraltro di particolare intensità, determini in questo paese situazioni di tale portata e livello di devastazione.

Forse bisognerebbe fermarsi un po’ tutti a riflettere sulla sostenibilità ulteriore di un modello di sviluppo che si è fondato per troppo tempo sul saccheggio del territorio e delle risorse, e su un sistema, quello italiano, incapace di emergere dal pantano della bassa politica, della corruzione e della diffusa (anche a Nord e nel Nordest) connivenza con la criminalità. Un sistema che non riesce a progettare e meno che mai a realizzare infrastrutture necessarie in meno di 30 anni, senza contare quelle iniziate, magari completate e poi letteralmente abbandonate, con un immane sperpero di denaro pubblico e totale perdita di credibilità e affidabilità per potenziali investitori stranieri.

Basta guardare i giornali
degli ultimi due anni: dal terremoto dell’Aquila, alla vergognosa vicenda dei rifiuti a Napoli e in una parte della Campania, alle vicende della cronaca nera (vedi Avetrana, ma non solo) che ci consegnano un paese nel quale alle tragedie delle vittime, originate sempre più spesso da futili motivi, si somma, fino a prevalere, lo squallore del voyerismo di massa alimentato dai mass media, alla drammatica situazione di milioni di giovani senza lavoro e senza prospettive, alle vicende non meno drammatiche dell’immigrazione, al degrado etico e morale sempre più profondo nel quale sta sprofondando una parte importante della politica. Basta questo per capire che siamo – come paese – in bilico sulla tolda del Titanic.

*
Segreteria Cgil Veneto

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