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Un solo grido: «Il Cadore muore»

 la chiusura della Marcolin a Vallesella

MERCOLEDI' 10 FEBBRAIO 2010 - Corriere delle Alpi


di Cristian Arboit

LONGARONE. Un lungo corteo da Vallesella fino a Longarone, poi la manifestazione in piena zona industriale. Un serpentone fatto di bandiere e striscioni amari. C’era una fetta importante di Cadore ieri mattina davanti agli stabilimenti longaronesi della Marcolin. C’erano i colleghi cadorini, quelli di “lassù”, quelli che secondo l’azienda dovrebbero scendere per abbattere i costi. Per ottimizzare.  «Con la chiusura della fabbrica di Vallesella, il Cadore muore», hanno detto i lavoratori. E, infatti, il problema è tutto qui: con la Marcolin si chiude un cerchio, che fino a pochi anni fa sembrava fatto d’acciaio. Si mette la parola fine alla grande storia dell’occhiale: «E’ un paradosso, sono nati lì», dice un’operaia rsu alla De Rigo Vision di Limana, ieri a Longarone per solidarietà.  Le auto dei novanta dipendenti sono partite da Vallesella alle otto: hanno riempito la statale con la loro protesta. Poi il capolinea, di fronte agli uffici di chi conta.  «Questo non è un funerale», ha detto alla folla il sindaco di Domegge Lino Paolo Fedon. «Il consiglio comunale non è prostrato. Non siamo a novanta gradi. Vogliamo difendere il nostro presidio», ha gridato al microfono. Con lui, anche il capogruppo della minoranza a Domegge - segno che il fronte è unito - e il primo cittadino di Pieve, Maria Antonia Ciotti.  Ma non c’è solo e soltanto la questione “morale”, ovvero il rapporto tra Cadore e occhialeria, ma anche quella “pratica”: il futuro di novanta famiglie che - nonostante tutto - vivono ancora nell’Alto Bellunese. E non solo.  E’ il caso di Loredana Frare. Lei come tanti colleghi vive in Carnia. «Faccio sessanta chilometri all’andata e altrettanti al ritorno. Lo faccio in pullman», racconta. Per lei “sconfinare” a Longarone sarebbe troppo, forse impossibile: «Non ci sono le corriere. Come faccio? La vedo male», dice. Un altro operaio, residente in Comelico, si dice pronto al trasferimento: «Non vedo alternative».  E proprio questo è il punto ribadito dai sindacati: anche volendo, in Cadore, non c’è posto per un operaio generico o specializzato nell’occhiale. Perché - semplicemente - non c’è più l’occhiale “industriale”.  «E non si può vivere soltanto di turismo», ha ribadito il segretario della Filtea-Cgil Giuseppe Colferai.  «Per riconvertire un’economia ci vuole tempo. Sono processi lunghi e la nostra è un’emergenza attuale e pressante», ha aggiunto Rudy Roffarè della Cisl. «Finora si è perso troppo tempo».

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